Valentina Faraone

Valentina Faraone

@Valentina Faraone

LA MIA STORIA

Un dolore acuto, uno strappo netto. La mano dell'ostetrica che stacca un frammento di placenta da dentro il mio utero è il dettaglio fisicamente più doloroso del mio aborto alla 29esima settimana. Ingenuamente credevo che quella fitta coincidesse con l'epilogo di una gravidanza sofferta. Invece era solo l'inizio di 23 mesi sull’orlo del precipizio. Non c'è stato giorno in questi due anni in cui non abbia rivissuto quell'istante. In motorino, in volo per lavoro, in riunione, in vacanza. Si chiama trauma, ma io non lo sapevo. Al mio bambino, Stefano, avevano diagnosticato una malformazione genetica talmente rara da essere difficilmente individuabile, che se devi essere sfigata meglio esserlo al top, e questo ha protratto i tempi. Ogni settimana cambiavano idea sulla prognosi, e ogni giorno sempre meno toccavo la mia pancia, sempre meno mi guardavo allo specchio, sempre meno scrutavo il mio corpo mutare. Un corpo che aveva atteso due anni per poter ingrassare e accogliere un figlio tanto voluto quanto amato. E ora non potevo neppure permettermi di abituarmi all'idea di un figlio che mi cresceva dentro. 9 novembre 2017. 30 ore di travaglio in cui non sento nulla, talmente sono sedata. Mio marito che mi sussurra “son qui, guarda me, guarda me”. Il cuoricino del mio piccolo si era fermato poco prima. Nessun dolore se non quella fitta. E la sensazione di lui che scivola via dalle mie cosce e dalle nostre vite per sempre. La scelta d'amore più dolorosa della mia vita.

COME MI SONO RICOMINCIATA

4 giorni a letto senza versare una lacrima. 3 settimane ferma per una p.iva sono un suicidio lavorativo, ma dovevo prendermi cura di me. Poi le parole di mio marito Non ci voglio più stare a Bruxelles, mi fa male dentro. Ok, rientriamo. Da qui inizia la mia solitudine. Sono rimasta 6 mesi a Bruxelles per poter organizzare il mio lavoro, lui invece si è trasferito subito a Roma. Quando arrivo nella Capitale mi metto a cercare come una pazza una casa da acquistare. Avevo bisogno di radici, di far penetrare, sprofondare gambe e braccia in un nuovo nido, tutto nostro. Qualcosa che fosse per sempre, o ce ne desse almeno l’illusione. Intanto le mestruazioni erano puntuali ogni mese. Quotidianamente rivivevo il trauma del parto, ma non ne ho fatto parola con nessuno. Dovevo lavorare, e poi c’era il master, e la casa delle donne a rischio sgombero. Nuovamente non mi do tempo, mi rimbocco le maniche per fare: una casa, un lavoro, una ristrutturazione importante. Poi una mattina esplodo. Esplodo e vomito rabbia, dolore fisico, mentale. Una donna in carriera con una casa di proprietà che non si accontenta. Ma dai su non ti fissare. Tutti esperti quando il vuoto abita dentro gli altri. Scelgo una psicoterapeuta. Sono viva per miracolo, da sola mi sono tenuta in vita facendo cose, tante, troppe. Ma come fai? è stata la domanda più ricorrente in questi due anni. Ora che sono in terapia so la risposta: stavo cercando di non morire. Ora so anche che il mio corpo non genera solo morte.

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