Silvia Garda

Silvia Garda

@silvia.garda

LA MIA STORIA

Io sono caduta più di una volta, diciamo che a cadere sono proprio brava, ma anche a tirarmi su. Senza l'una non esisterebbe l'altra dopotutto. E io in fatto di cadute non sono seconda a nessuno. La mia non è stata una vita facile, anche se vista da fuori non si direbbe, in fondo non mi manca nulla, non ho avuto drammi particolari, insomma una vita come tante ma caratterizzata da una costante: l'infelicità. Due sono le cadute che mi hanno formata. La prima quando avevo 26 anni, un lavoro prestigioso, accettato perchè andava accettato, di quelli che le altre ragazze avrebbero fatto la fila per avere. Invece ad averlo ero io, ma era un lavoro che mi mangiava dentro. Ho pianto una notte, ho urlato, ho spaccato cose, alla fine ho capito. Non ero io. Sono poi caduta una seconda volta, ero mamma da poco, la depressione, quella brutta. Ho toccato il fondo, ho capito cosa spinge molte mamme a fare quelle cose che le fanno balzare sulle prime pagine dei giornali. La differenza era che io, anzichè far male alla mia bambina, facevo male a me. Mi tagliavo, oppure se non avevo cose con cui farmi male, facevo male agli oggetti che per me valevano di più, li spaccavo. Un giorno mi sono ritrovata a non avere più vestiti, neanche per uscire e andare a comprarne altri. Ero distesa per terra. Senza più la forza di tirarmi su. Ero caduta.

COME MI SONO RICOMINCIATA

Io per tanto tempo ho creduto di essere solo brava a cadere, in effetti ancora adesso, nei momenti in cui sono più stanca e fragile a volte lo penso. In realtà però ho capito di essere brava non tanto a cadere, quanto a tirarmi su. In 37 anni mi sono ricominciata tante volte e ho capito una cosa, che l’unica persona capace di aiutarmi a stare su sono io. Ho lasciato un lavoro da sogno, che come contropartita mi dava antidepressivi da prendere in dosi massicce, perchè senza il mio cuore rischiava di uscire fuori dal petto. Mi sono reinventata. Ho sbagliato? A detta di tanti, tanto. Mi sono perdonata? Adesso sì. Ho poi fatto una cosa enorme, passata la depressione per la mia prima bambina, dopo cinque anni, ho deciso che era il momento per fare un secondo figlio. Mi sono imposta, mi sono ripresa quello che era mio, ho lottato conto la mia famiglia, contro gli estranei, ho partorito il mio bambino solo con le persone che volevo io, nella mia casa, senza intromissioni. Ho dato un nome a quello che mi faceva paura, violenza ostetrica, ho capito che la mia depressione era stata causata da come la mia bambina era nata, da una violenza che nel mio cuore e nella mia testa erano l’equivalente di uno stupro fatto di mani dentro di me fredde e dure e di parole di umiliazione e vergogna. Sono rinata, mi sono ricominciata. Io quel giorno ho capito, sono la persona più coraggiosa che conosca.

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