Monica Coppola

Monica Coppola

@monica_cop

LA MIA STORIA

La prima volta che sono caduta avevo sette anni, i codini e un numero 11 appiccicato alla maglietta. Una corsa campestre estiva, inciampo su un sasso, un ginocchio sbucciato, il bruciore del graffio, della sconfitta. Una cosa di poco conto. La seconda volta è durata di più. E' stato dietro il banco al mercato di mia madre, ogni volta che si avvicinava un cliente, in mezzo a quel nulla fatto di mutande, di calzini, di canottiere misto lana che pungevano come quella domanda, imbarazzata e speranzosa "Ha bisogno?" In realtà eravamo noi ad "avere bisogno" che qualcuno quelle mutande se le comprasse. Perché i soldi erano pochi, e noi tanti. Sono cresciuta così: in mezzo alle mutande. Ho cercato di tirarmi fuori con i libri: la mia scoperta di Anna Karenina avvenne in concomitanza con il boom del push up, quello per cui gli automobilisti rischiarono l'estinzione di massa a causa delle tette della Herzigova. Che implorava tutti di guardarla solo negli occhi. Da lì compresi che se appoggi una bugia su un balconcino di pizzo nero, è tutta un'altra storia. Il mio approdo a lettere moderne coincise con due eventi importanti: l'avvento degli angeli di Victoria's Secret e dei pigiami interi, dal collo alla carotide, che se ti scappava la pipì era finita. Alternai mutande a colazione e letteratura a merenda fino alla laurea che mi aprì le porte del meraviglioso mondo delle interviste telefoniche.

COME MI SONO RICOMINCIATA

Con il mio centodieci e lode, e una laurea che gli HR definivano “umanitaria”, passavo ore al telefono, le cuffie in testa, in un cubicolo, come un pollo in batteria: domandavo compita a chi rispondeva senza mandarmi a fanculo, quante volte utilizzasse il filo interdentale o cosa pensasse dei riccioli di mais. Cercavo di motivarmi come copywriter creando storie emozionali sulle chiavi a brugola e sui capperi di Pantelleria. Passano tre anni, una serie di co-co-co infiniti, e io giro a vuoto come il mio criceto, come la mia bimba che non vedo mai. Come i compensi. Mi propongono un posto in un supermercato. Sono stanca. Accetto. In un agosto più appiccicoso degli altri, mi ritrovo di nuovo dietro a un banco: ho un grembiule orrendo, color senape, un colletto rigido. Ho sogni impolverati come la merce che ripongo sugli scaffali. Negli spot arriva la Bellucci che sfodera una tuta latex e un reggiseno “Autentico”. Voglio tornare a esserlo anche io. Leggo Una Stanza tutta per sè: forse è arrivato il momento di pensarci. Mi licenzio, prendo la penna in mano. Trovo un nuovo lavoro: mi occupo di marketing. Vendo ancora in fondo, ma in un altro modo. Mi pagano, finalmente. Investo il primo stipendio in un corso di scrittura. L’insegnante mi chiede “Cosa vuoi farne di questa storia?” Mi concedo di sognare in grande. La scrivo. La pubblico. Io sono Monica. Quando ero piccola vendevo le mutande. Ora scrivo storie.

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