Mariangela D’Adamo

Mariangela D’Adamo

@Marilou

LA MIA STORIA

Il mio lavoro é pazzesco e "strappacuore": operatrice umanitaria, in giro da piú di 10 anni in contesti di guerra o disatri naturali. Il mio lavoro, che da' tantissimo e toglie altrettanto, mi ha portata a necessari ricominciamenti e a ripartenze, che coincidono tuttora con un visto e un biglietto verso aeroporti con nomi spesso impronunciabili mentre vedo (e invidio) chi sul mio stesso volo dall’Italia poi prosegue per le Maldive o altri lidi esotici ma al contempo familiari. La batosta piú grande me l'ha data il Sud Sudan e la sua guerra civile (ma quanto stride la parola “civile” associate alla guerra?). In questi anni da osservatrice di storie collettive violente, mi sono resa conto che le donne non sono mai responsabili della genesi di un conflitto, ma ne reggono sulle spalle tutti gli effetti piú devastanti. Mi dico che non riusciró mai a esprimere la mia ammirazione per loro, che portano avanti il mondo, nonostante le loro cicatrici visibili e invisibili. Una volta tornata a casa, le cicatrici io le ho ritrovate nella mia mente. Psicologi, psichiatri mi hanno ricevuta, pieni di domande sulla mia esperienza all’estero e sul perché io mi ci fossi trovata; sembrava che si divertissero a sbizzarrirsi fra diagnosi maldestre e sgridate alla bambina capricciosa che secondo alcuni rappresentavo. Quella stessa estate non seppi fare di meglio che stare con un simpaticone che si compiaceva del fatto di riuscire ad essere attratto da me nonostante io fossi, quoto, “cosí grassa”.

COME MI SONO RICOMINCIATA

L’uomo scocciato dal mio grasso in eccesso decide di mollarmi per una ragazza magra, ed é stata una prima, grande fortuna, lasciatemelo dire. Poi é arrivato il mio momento. Decido di stare lontano dai fronti di guerra per un po’, perché me lo devo. Decido di mettere una distanza di sicurezza fra me e la violenza, le bombe, i bambini soldato, che non hanno colpe ma che fanno comunque paura. La sindrome da stress post-traumatico si ritrae giorno dopo giorno. Vengo selezionata dalla Croce Rossa e parto per le Isole Salomone per occuparmi di un progetto educativo; mi sento di aver vinto il jackpot! mentre lavoro, vivo con l’oceano davanti agli occhi e mangio mango e papaya ogni giorno. Poi parto per il Libano, che mi ammalia con i sentori del narghilé, l’archeologia, la sua decadenza romantica. Mi ricordo di essere architetto e di quello che amo, come certi palazzi abbandonati, rosa antico, nel centro di Beirut. Mi ricordo di avere un corpo e mi iscrivo, completamente a caso, ad un running club. Una mattina di Marzo inizio a correre. Non ci potevo credere, ero davvero io? Mi alleno e completo la “Beirut Women’s Race”, con un pessimo tempo, si sappia. E continuo, per mesi, fino a quando mi sono sentita “in salvo”. Tuttora non sono una sportiva o una maratoneta. Mi ha salvato la corsa? Forse si. Io peró amo credere che il mio corpo, tanto odiato, mi abbia teso la mano. Smettendo di rinnegare una parte di se stessi si puó davvero volare. Anche se si ha il culo grande!

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