Lorena Perchiazzi

Lorena Perchiazzi

@lorena.perchiazzi

LA MIA STORIA

La mia storia non comincia nel 1998, quando avevo 9 anni e mi fu diagnosticato un rabdomiosarcoma, Un tumore maligno, raro. Fui curata con 9 cicli di chemioterapia e 34 sedute di radioterapia. Ho perso un occhio, il sinistro, per via della radioterapia. La mia storia inizia nell’inverno del 2004, andavo già al liceo. Nella mia città, in quel periodo, andavano di moda dei cappellini di lana con gli strass davanti, che vendeva uno dei negozi più in voga tra le adolescenti. Una ragazza che frequentava il mio liceo, ma in un’altra sezione, lo aveva comprato fucsia, e siccome mi piaceva tanto me l’ero comprato uguale. Lei però non era una ragazza qualunque, era Dalila, una delle più apprezzate dai ragazzi di tutto il liceo. Quella mattina me l’ero messa per la prima volta, ero felicissima. Quando arrivai a scuola, i miei compagni di classe erano, come al solito, seduti sulle scale prima che suonasse la campanella. Quando Antonio mi vide con quel cappello, cominciò a prendermi in giro. “Ma cosa ti sei messa in testa” mi disse “Che vai facendo!” Io gli risposti che era lo stesso identico cappello che aveva Dalila, e lui mi rispose così: “Eh… ma lei può. Tu no.” Perchè?La risposta me la diedi da sola, ed era molto semplice: perchè io ero brutta. Non ero come Dalila, o come qualunque altra ragazza normale. Quel “Lei può. Tu no.” mi rimase inconsciamente impresso come un marchio per tutti gli anni a venire, che trascorsi coprendomi metà volto con la frangia.

COME MI SONO RICOMINCIATA

Molti anni dopo vivevo a Milano per lavoro e grazie a un lungo e faticoso percorso di autoaccettazione, mi ero liberata della frangia e giravo finalmente a volto scoperto. Ero libera, e amavo la mia diversità. Venni a conoscenza di un progetto bellissimo chiamato Fantagirl, I am the woman I am. “Tra le tematiche care al progetto, quella di smentire l’idea per cui una donna vittima di una malattia o affetta da disabilità debba perdere la sua componente di sana vanità femminile.”Ero io. Chiesi di partecipare. Mi dissero di sì, ma dovevo fare il servizio fotografico senza benda. Accettai, dopo averci pensato: volevo lanciare un messaggio, fortissimo e chiaro. Essere di incoraggiamento, trovare un senso positivo a quella benda.Se ce l’ho fatta io a farmi fotografare senza benda, con un buco al posto dell’occhio, tutte noi possiamo amare i nostri “buchi” e sbatterli in faccia al mondo! Il successo è stato incredibile. Gente sconosciuta da ogni parte del mondo commentava le mie foto, mi dicevano che mi ammiravano, che ero bellissima, che la mia storia era per loro fonte di ispirazione e di incoraggiamento. Non ero un mostro come credevo. Tutto perchè una sola persona mi aveva detto quella frase. Anche se non c’è un A. che ce lo dice, quante volte siamo noi a dirci che non possiamo, che non siamo abbastanza, che facciamo schifo? Il mio messaggio è: le regole della nostra vita le scriviamo noi.non permettiamo mai a nessuno, nemmeno a noi stesse, di dirci che lei può e noi no. Mai.

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