Irene Moccia

Irene Moccia

@irene.moccia

LA MIA STORIA

Non so, se sono proprio caduta: diciamo che a un certo punto è partito il mixer. O meglio, una caduta c'è stata, ma non era la mia. Ma andiamo con ordine: il 27 gennaio 2012 a mia madre, splendida donna di 49 anni, viene diagnosticato un cancro al pancreas. Mio padre la prende bene: finisce lungo disteso per terra sul vialetto di casa. Tibia e perone, frattura scomposta, sedia a rotelle per un po'. E così io, brillante studentessa in legge di 22 anni, mi ritrovo divisa tra due ospedali e mio fratello di 11 anni da gestire. Maschio: il che significa che la prima settimana mi rendo conto che no, non si fa la doccia se non gli dico io che deve farla. E insomma, la mia vita cambia. Avevo un programma radio, lo mollo. Un fidanzato con cui la trascinavo da tempo, mollo pure lui. Imparo a guidare, a fare le flebo per assistere mia madre a casa. Inizia la chemio. Riusciamo a festeggiare i suoi 50 anni: volevamo andare a Parigi, ovviamente non è più possibile, così compro delle costruzioni a forma di Tour Eiffel e di Louvre e ci costruiamo la nostra Parigi in salotto. Ridiamo, piangiamo, progettiamo. Io studio di notte, dò 14 esami in un anno perché la voglio alla mia laurea. Lei alla fine muore lo stesso. Papà va in depressione, a volte beve troppo. Lorenzo, mio fratello, ha 12 anni, tanta rabbia e qualche problema di attenzione a scuola. Io dò l'ultimo esame ma non riesco a scrivere la tesi. Ciliegina sulla torta: il mio nuovo ragazzo mi molla. Olè.

COME MI SONO RICOMINCIATA

A quel punto ho iniziato a piangere. Per cinque giorni. In fin dei conti non l’avevo ancora fatto. Poi ho comprato un biglietto del treno e sono partita da sola per la Borgogna. Io e i vigneti, io e i fiori. E mi sono messa a scrivere. Non la tesi: cose. Io le chiamavo vomiti, all’epoca, perché erano (e sono) parole che devono uscire, un impulso fisiologico. Mi sono rimessa a correre. Sono tornata a casa e piano piano ho insegnato a Lorenzo a stirare, mi sono laureata con 110, ho fatto la pratica in uno studio legale e ho trovato lavoro come consulente legale in una grossa azienda. Ho conosciuto un uomo forte, che anziché appoggiarsi a me correva al mio fianco. Ho iniziato a fermarmi da lui, prima due sere a settimana, poi tre: intanto i miei uomini a casa hanno imparato a cavarsela senza di me. Per gradi. Quando siamo andati a convivere, papà aveva imparato a fare la carbonara e Lorenzo a programmare la lavatrice. Io ho guadagnato spazio per me e ho deciso che i miei vomiti erano poesie. Così ho aperto un profilo Instagram e ho iniziato a condividerle. Ho scoperto che so trasmettere forza a me e agli altri, con le mie parole. Forse sono una poetessa. Ho organizzato una performance di Farmacia poetica, regalando poesie come farmaci da banco ai passanti, insieme a quello che da due mesi è mio marito. Di sicuro non sono arrivata: io ho appena iniziato a ricominciarmi, ne sono certa.

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