Giulia Sbaffo

Giulia Sbaffo

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LA MIA STORIA

Sono caduta davvero, il 23 aprile 2008. Sono caduta dalla mia bicicletta mentre correvo a lezione. L’ombrello che tenevo appeso al manubrio si inserì tra i raggi della ruota anteriore, la bici si bloccò all’istante e io finii catapultata con la faccia sull’asfalto. Ricordo di non aver avuto il tempo di capire nulla né di proteggere il mio viso. Ricordo il calore del mio sangue in bocca, il dolore sordo, le pulsazioni impazzite. Ricordo la sensazione tremenda della mia lingua tra i denti fratturati. Ricordo tutta la mia disperazione. Ero sola. Completamente sola. Ero sola quel giorno perché ero lontana da casa, ma ero sola da molto tempo in verità, perché in quegli anni avevo allontanato tutte le persone che mi amavano davvero. Tante cose si sono rotte dentro di me quel 23 aprile. Le mie ossa, i miei denti, la mia pelle, il mio viso di ventiduenne depressa che stava fallendo in tutto, amore, università. Mi stavo spegnendo già da molto tempo, vedevo me stessa cadere nell’abisso, e seguivo l’inerzia di questo crollo senza opporre alcuna resistenza. Quel 23 aprile la mia caduta libera si è arrestata, ho toccato letteralmente il fondo, e non l’ho toccato piano. Perché ha ragione Vero, la vita è prepotente. Quel giorno mi sono spezzata dentro e fuori. Di lì a un anno imparai a convivere con dei ferri che mi uscivano dalla faccia e con lo sguardo imbarazzato degli altri. Quello che credevo essere il mio amore se ne andò. Lasciai Medicina. Mi ero spezzata.

COME MI SONO RICOMINCIATA

Parto dalla fine, o meglio dal presente, che è solo l’inizio. Il 10 aprile di quest’anno mi sono laureata in Lettere, il mio primo amore. È stato un percorso duro e meraviglioso, fatto di notti passate a studiare dopo il lavoro. E si è concluso alla grande! Ho proprio voluto festeggiarlo, e ricordarlo. Avevo preparato un discorso, di cui riporto un passaggio. “So di aver quasi trentatré anni, so che di solito l’università si fa a venti e che sono ‘in ritardo’ di quasi dieci anni. Ma non mi importa, non mi importa più. Perché ho imparato ad amare i percorsi non lineari, le persone e le cose fuori dall’ordinario. Perché ho imparato a perdonare i miei difetti e ad essere indulgente con quelli degli altri. Perché, dopo infinite cadute e infiniti errori, ho capito che la perfezione non esiste, e che va bene così.” Undici anni fa pensavo che non sarei mai più guarita, invece è successo. Sono guarita, e non è stato un miracolo. Sono ripartita da me, sono andata in terapia, sono tornata alle persone e alle cose che amavo. Ho trovato il mio mantra: https://www.youtube.com/watch?v=u7Q09gPGjyI Il meccanismo che si era inceppato ha ripreso a funzionare, ho incontrato l’amore della mia vita ed è stato proprio lui che mi ha spronata a riprendere gli studi, a tifare per me. Stavo guarendo, non mi sentivo più un ammasso di cocci rotti, ma uno splendido vaso dalle cicatrici d’oro. I giapponesi lo chiamano kintsugi, io lo chiamo ricominciarsi.

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