Federica Fumagalli

Federica Fumagalli

@scrivilo

LA MIA STORIA

Scena: io e l'amica Zelinda ce ne andiamo in montagna per il weekend. Destinazione: un laghetto di montagna sperduto in mezzo ai pini. Quindi camminatina, panino, telo sulla riva del lago, relax. Già che sei lì che fai? Non te lo fai un bagno? Te lo fai. Solo che non avevo il costume, avevo il ciclo, l'acqua del lago era molto fredda e sì. C'è quell'altro tedioso dettaglio che peso 100 kg. Che cosa c'entra il mio peso forma con il voler fare il bagno al lago? Se lo chiedete a me, niente. Ma se lo chiedete alla signora di una certa età, probabilmente madre di famiglia, con al seguito marito col drone, cane al guinzaglio, due figlie adolescenti e manipolo di amici sguaiati - il mio aspetto esteriore c'entra eccome. "Guardate là. Ore quattro. Certo che certa gente dovrebbe avere un po' di dignità per se stessa e coprirsi. Almeno un costume intero..." Quando sento la signora sbraitare e accusarmi di essere uno spettacolo poco dignitoso, mi giro incredula verso di lei, per trovare conferma di ciò che avevo appena sentito. "Adesso che si è girata è anche peggio" In quel momento realizzo di essere mezza biotta, in mezzo a un lago di montagna, circondata da persone che pensano che io sia un fenomeno da baraccone e non c'è letteralmente nessun posto dove io possa mettermi al riparo. Mi metto a piangere. Voglio reagire, so di dover reagire, ma il mio cervello è un encefalogramma piatto.

COME MI SONO RICOMINCIATA

Non è nemmeno la prima volta che succede. È già successo in passato, ed ogni volta ho sempre finito per dare inconsciamente ragione a loro. Il mio corpo è osceno, sotto certi punti di vista. Ma il punto è che l’estetica del mio corpo è solo un lato della medaglia, per altro il meno rilevante. Non credo sia difficile da immaginare: chi ha un corpo come il mio, tende a viverselo in maniera conflittuale. Io per anni mi sono vergognata di me stessa. Ho imparato a tollerare molto. Soprattutto il dolore. Dolore che veniva da dentro, sotto forma di rinunce e menomazioni, e dolore che veniva da fuori, sotto forma di giudizi affrettati. È a quel punto che capisco che non voglio più tollerare che qualcuno, attraverso parole violente e gratuite, mi faccia di nuovo sentire un essere piccolo, non meritevole di essere felice. Quindi le rispondo. “Signora, è il secondo insulto gratuito che mi prendo. La smetta. Non sto facendo niente di male, sto solo prendendo il sole in mezzo a un lago. Non credo di meritare tutto questo”. La signora si zittisce, di lì a poco si alza e se ne va. Rimaniamo io e il mio corpo. Da soli. A dover ricostruire un rapporto che ho dato per scontato per troppo tempo. Temo che il viaggio sarà lungo e tormentato. Temo che sarà inevitabile sentirmi nuda e esposta come mi sono sentita in mezzo a quel lago. Poco importa. Ora che è già successo, e ho reagito, so che ne sono capace.

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