Elisa Francese

LA MIA STORIA

Nasco già in salita: padre alcolista, madre depressa. A 9 anni un incidente stradale con mio padre ubriaco mi sfigura. Da allora gli incidenti si susseguono e, bambina, vivo cose che nemmeno gli adulti dovrebbero vedere. Divento presto genitore di me stessa. A 20 anni scappo. Sposo un uomo di 15 anni in più. Bigotto, ma buono, il Mulino Bianco. Due mesi dopo sono incinta. E lì qualcosa si rompe: io non lo voglio, quel figlio. Sono piccola, nella mia fuga cercavo un padre, non un figlio. Io voglio solo essere felice, non posso avere di nuovo la responsabilità di un'altra persona. Ma di aborto non si parla, nel Mulino Bianco. E nemmeno di figli indesiderati. Ma io quel giorno, quando ho fatto il test di gravidanza, sono morta. Pensavo che finalmente avrei potuto essere ciò che volevo. Ero fuggita, ero sopravvissuta. E di colpo non potevo più essere niente. Perché un figlio è una cosa irreversibile. E io sapevo di non essere pronta. La cosa orribile è che è stato un dolore solitario. Di cui non parlare. Non a mio marito. Non a mia madre, che mi ha dato del mostro e mi ha abbandonata a me stessa. Perché il dolore di una gravidanza non desiderata è difficile da capire. Non c'è empatia, per quelle come me. Ci sono facili giudizi. Ma non è così facile. Il dolore una non sceglie se provarlo o no. Io mi svegliavo ogni mattina sperando di aver solo sognato. E ogni mattina piangevo. Disperata. Sola.

COME MI SONO RICOMINCIATA

Vorrei dirvi che è un stata una rinascita da favola. Non è così. Sono stata infelice a lungo, e a lungo ho provato ad adattarmi alla scatola in cui vivevo. Ho fatto un altro figlio. Ho chiesto il part time. Ma ero un mostro di infelicità. Mi sono buttata sullo shopping compulsivo. Padre alcolista, le dipendenze fanno parte del mio DNA. Mi sono rovinata economicamente. Ma nel mio baratro autodistruttivo, nel fondo del mio dolore, ho iniziato a guardarmi dentro. Avevo 30 anni. E niente nella mia vita mi assomigliava. E ho fatto saltare il banco. Ho lasciato mio marito. La casa in cui vivevo. I figli no, sono rimasti con me. Ho lasciato il lavoro, per seguire un’idea che sarebbe naufragata. Ma il primo passo non ti porta dove dovrai andare, ti porta via da dove sei. E io mi ero portata via. Non è stato facile. Non è stato indolore. E non è stato immediato. Perché il ricominciarsi è una cosa che avviene non una, ma mille volte. Ci sono voluti anni di cadute, errori, sconforto. Ho combattuto. Ho cambiato mille lavori, perché i figli dovevano mangiare anche mentre io cercavo me stessa. E mi sono trovata. Sul tappetino da yoga. Oggi insegno yoga, ho un centro mio. Scrivo su un giornale. Faccio formazione agli insegnanti. Sono felice? Non lo so. Sono me stessa. Questo si. Con tutto il dolore che mi ha portata fin qui. Tutto il senso di inadeguatezza che mi ha accompagnata in questi anni. Ma anche con la forza di chi è sopravvissuto. E non ha mai smesso di combattere.

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