Elisa Bonazza

Elisa Bonazza

@bonazza.elisa84

LA MIA STORIA

Il 7 gennaio del 2003 è stato l'inizio del mio blackout. Tutto d'un tratto non riuscivo più ad uscire di casa, l'unico posto in cui mi sentivo al sicuro. Prima non c'erano state avvisaglie: ottimi voti, amici, un fidanzato. Nella vita volevo fare solo una cosa: studiare e riuscire. E invece non riuscivo più a fare neanche le cose più banali, come prendere l'autobus per andare a scuola, uscire a bere con gli amici o fare una passeggiata. Mi sembrava di morire anche solo quando pensavo di fare una di queste cose. Ho passato tutti gli specialisti possibili immaginabili (psicologi, gastroenterologi, osteopati) tutti con una sola diagnosi: stress, mi dovevo rilassare. Un giorno mia madre disperata mi portò al pronto soccorso e mi dissero che dopo l'esame di maturità sarebbe passato tutto. Ma così non fù, almeno per i 9 anni successivi. 9 anni in cui ho mantenuto una vita apparentemente normale (mi bastava che nessuno se ne accorgesse, me ne vergognavo troppo), in cui ogni sera quando andavo a letto speravo che il giorno appena vissuto fosse l'ultimo. Un giorno decisi che basta, ero sul fondo del barile e non riuscivo a risalire. C'era solo una soluzione.

COME MI SONO RICOMINCIATA

Quel giorno mi chiamò per caso la mia amica Marta e intuì la situazione. Mi disse: fidati di me e chiama questo numero. Chiamai il progetto Itaca che mi indirizzò al Notec dell’Ospedale Sacco di Milano. Qui mi ricevettero immediatamente e, invece della pillola magica in cui speravo, mi fecero entrare in un programma di gruppo per attacchi di panico. Finalmente il mio blackout aveva un nome. Sempre tenendo nascosto ai più quello che stavo facendo, cominciai un percorso difficile ma che fu l’inizio della mia nuova vita. Ora ho una famiglia con il solito fidanzato che, nonostante tutto, mi è sempre stato vicino e una carriera che sto cercando di ricostruire dopo la maternità. Fino a qualche mese fa non avrei mai pensato di candidarmi come Musa, ma da quando ho scoperto che una mia amica soffre di attacchi (e che se ne vergogna, peggiorando la situazione), ho deciso di raccontare la mia storia di rinascita, perché è come allungare una mano verso quelle persone in fondo al barile e dirgli che ce la possono fare. (Non ho attività da promuovere).

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